4 notti di fine estate, 4 serate di concerti ed esplorazioni musicali, 4 giorni di socialità, cibo e buona birra.
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FDB, che storia! II Parte

I mesi caddero dal calendario indifesi e leggeri come i nostri ultimi governi e il muro dei giardini venne ricostruito. Alcuni dei pini alti ritenuti responsabili del crollo vennero tagliati. Ci sarà qualche radice nel profondo della terra che ancora minaccia vendetta. La Festa tornò a casa e per molti fu un caldo ritorno alle origini, nella sicurezza della dimensione contenuta che conoscevano bene, per noi ultimi arrivati era un altro nuovo inizio, una novità sulla novità. Ma quello che tutti avvertivamo nonostante la gioia del ritorno era quella sensazione che si prova a rivedere il banco delle scuole medie a vent’anni. È piccolo, se ti ci metti seduto si vede che stai scomodo, che le ginocchia sbattono.
Ripetemmo la terza media per due anni, puntando verso quella vetta che oramai avevamo intravisto. I ragazzi veterani diventavano sempre più pratici con tutte le fasi dell’organizzazione e stavano al passo con le normative sulla sicurezza, sull’igiene, sui diritti d’autore, sulla pubblicità locale e provinciale e tutti quei piccoli, simpatici insetti burocratici. Dopo il primo anno molti di noi avevano capito le proprie attitudini. C’era chi si era scoperto bravo a spillare birra ed era passato immediato al ruolo agognato dello spinatore, figura di spicco tra le altre per l’ovvia figaggine che regalava in cambio. Quello che ancora non sapevano era che la gente ubriaca quando si diverte può smettere di mangiare, tenersi la vescica gonfia anche per un’ora, ma mai e poi mai smetterà di bere. Le ultime gocce di birra cascano nell’ultimo bicchiere mentre l’ultima lampadina si spegne e chiude la serata, da sempre.
Altri si scoprirono bravi a rimediare sponsor dalle attività della zona e vennero presi sotto l’ala dei veterani, avvicinandosi pian piano al cuore organizzativo. Anche un mio amico si fece notare e guadagnò la vicinanza alla punta di diamante dello Staff, uno studente di ingegneria meccanica con ottime capacità organizzative e gestionali, che cominciarono a colorare di grigio i suoi capelli fin troppo presto. Il Grigio lo chiamavamo, l’accostamento con la saggia figura di Gandalf fu inevitabile a quel punto. Non c’era una gerarchia imposta, ma solo una auto indotta dalle capacità dei veterani. E di fianco e sotto al Grigio c’erano studenti come lui o lavoratori instancabili che si dividevano tra loro la gestione dei diversi reparti: la birra, le cucine, l’immondizia, l’assistenza agli artisti. Le band le decidevano insieme, nessuna decisione importante veniva presa dal singolo. Era una macchina che funzionava in armonia, in modo naturale e senza sforzi. Discutevano tra loro a voce piena e insultando i santi qualche volta, com’è giusto che sia. Io mi scoprii bravo a faticare ovunque ci fosse bisogno insieme agli altri, lavoravo da poco come elettricista e il mio aiuto con l’impianto elettrico diventò importante. Ma in una cosa ero veramente bravo, ad arrotolare dentro a una piadina una decina di ingredienti, tra pomodori salse e kebab, che era andato molto forte con le vendite l’anno precedente. Arrotolare il primo non fu facile, ma una volta figurata la piadina come una semplice cartina diventò un gioco da ragazzi, uno di quei giochi di cui non si parla a voce alta a tavola coi parenti a Natale. Quell’anno suonarono sul palco cover band degne di rispetto, attraverso le quali i membri potevano diventare per una notte i veri Red Hot Chilli Peppers o gli immensi Queen. Vi giuro che rimaneva difficile non credere che fosse il vero Freddie Mercury quello lì sul palco della Festa di un piccolo paese come il nostro. Costruimmo una cabina insonorizzata con un dispositivo rilevatore di decibels, dove chiunque poteva entrare ed esprimersi al microfono col rutto più tonante che gli ribolliva nel petto. Fu una grande edizione della Festa della birra, superata solo dall’anno successivo, il 2011. Quell’anno la Festa compiva tredici anni e l’Italia ne faceva 150, per l’occasione lo Staff indossò una maglietta blu col tricolore cucito sui bordi delle maniche e del collo, ma per la prima volta le nostre magliette non avevano un disegno che ci rappresentasse stampato sul retro, l’artista nostrano quell’anno non ne aveva avuto il tempo. Ma sul davanti c’era la scaletta dei concerti, come sempre, solo che stavolta c’erano i nomi di veri professionisti. I Matrioska a tenere alta la bandiera dello Ska e un signore venuto dall’Inghilterra a tenere alto il suo nome, che già bastava e a noi sembrava un sogno, Paul Di’anno, Il primo cantante degli Iron Maiden. Tutti gli artisti hanno delle richieste personali scritte nei contratti. C’è chi chiede di avere dieci asciugamani bianchi di una ben precisa misura, chi chiede un barattolo di miele per la voce manco fosse Laura Pausini, chi vuole un buffet di frutta di stagione e salmone del mar baltico. E poi c’era Paul, che sul contratto, sotto la voce richieste personali, aveva scritto solo -Due bottiglie di Jack Daniel’s, una nel camerino e una sul palco. Quando terminò il concerto erano vuote entrambe e lui dovette recarsi al bancone di un bar vicino per non morire di sete, quando uno nasce rockstar.
La nostra Festa era diventata l’appuntamento a cui migliaia di ragazzi non volevano mancare e cresceva sempre di più. Alcuni venivano dalle regioni vicine per tutti e tre i giorni, fedeli come pochi si contavano sulle dita di una mano. Da lì a qualche anno, invece, sarebbe servito l’indice di ogni abitante del paese alzato per avere il numero delle anime sudate che avrebbero affollato la nostra piazza, ma questo noi ancora non lo sapevamo.

Written By: Nicolo Alessi

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