4 notti di fine estate, 4 serate di concerti ed esplorazioni musicali, 4 giorni di socialità, cibo e buona birra.
FDBfestival/Records /FDB, che storia! I Parte

Blog

FDB, che storia! I Parte

La vita di paese non è strana. È normale, fin troppo rassicurante, ordinaria e scandita dagli stessi eventi che ciclici continuano a ripetersi negli anni. E tu in risposta ci cresci dentro, più o meno come una pianta. Nel paese certe tradizioni sopravvivono agli uomini che l’hanno create, altre muoiono dopo decenni senza un valido motivo. Quando ero piccolo, quando ancora ero una piantina con le foglie molli, erano tre le feste che aspettavo con ansia: il Carnevale a febbraio, la Festa del Santo Patrono a settembre e la Festa della Birra ad agosto. Aspettavo il Carnevale perché mi piaceva mascherarmi, da Peter Pan come da Goku. La festa del Santo per le giostre e per la fiera, con le bancarelle piene zeppe di pistole ad aria compressa e coltellini, un bambino ci va a nozze con la possibilità di farsi male giocando. La festa della birra non lo so il perché. Avevo assaggiato la birra da mio padre ed era amara, troppo per un ragazzino, non avevo una cultura musicale decente per apprezzare le band sul palco, eppure mi piaceva al pari delle altre e l’attesa era la stessa. Mi piaceva e basta, senza motivo, mi bastava vedere la gente che si divertiva e il clima di festa in cui l’intero paese piombava, per tre giorni d’estate. Era l’atto finale delle vacanze estive, l’ultimo fine settimana prima del ritorno sui banchi di scuola. Lo capivo dalla felicità sul viso dei grandi che era qualcosa di bello per tutti. La gente del paese non lo sa, ma sono stati loro ad avermi fatto innamorare di lei, prima della birra, prima ancora di farne parte. Era il 2009, l’undicesima edizione, avevo vent’anni e la convinzione che sarebbero durati per sempre. Ci fu un temporale tremendo quell’anno che fece crollare il muro di contenimento dei giardini comunali che erano la location storica della festa. Era l’anno del mio battesimo del fuoco, ero finalmente entrato a far parte dello Staff e quel cazzo di muro crolla! “La festa è morta, non si fa più ragazzi, non abbiamo altri posti disponibili”, questa fu la prima voce che arrivò dai palazzi comunali. Ma la voglia di farla dei ragazzi che ci nuotavano dentro da anni era inarrestabile, sapevano di avere tra le mani un fusto in pressione carico di potenziale e di birra. Non sapevano invece che quel muro che aveva mollato il colpo ci stava mettendo sulla via della grandezza, o più correttamente sulla piazza, ma per la precisione e la realtà dei fatti in un parcheggio per auto. “Ci sarebbe un posto dove possiamo provare, se riuscite a farci entrare tutto: cucine, spine e palco”. “Diteci dove che poi ce la vediamo noi”. “Il parcheggio del parco Le Vallette”. Ero con loro, coi veterani, quando fecero il primo sopralluogo mentre con le braccia tese in avanti ed un occhio chiuso stavano già piazzando il palco e tutto il resto. Dove l’intero paese non vedeva altro che un parcheggio per auto, loro, ci vedevano la Festa della Birra, più grande e migliore. Che era la loro Festa, ma la facevano per tutti. Ero folgorato da quel senso di appartenenza e non vedevo l’ora di sentirmelo bruciare dentro e di fare la mia parte dando il massimo. La macchina organizzativa era partita e si doveva recuperare il tempo perso, l’ultimo fine settimana di agosto era vicino. Cominciarono a chiamare i gruppi musicali e il service per il palco, i fornitori di cibi e bevande e a scegliere meticolosamente le varietà di birra da offrire quell’anno. Io non fui presente in questo procedimento, ero un novellino e li guardavo da lontano destreggiarsi tra permessi e carte burocratiche. Ero una matricola insieme alle altre, la nuova forza lavoro che entrò in gioco nella settimana antecedente all’inizio della Festa. Il culo che ci facemmo fu enorme, scattavamo energici sotto le direttive dei veterani organizzatori. Montavamo e posizionavamo gazebo, caricavamo e scaricavamo camion interi di panche e tavoli, fusti di birra da trenta litri l’uno e pedane in legno per sistemarli. Friggitrici unte e pesanti e piastre in ghisa per gli hamburgher, sotto il sole rovente d’agosto. Ricordo come fosse ieri un mio caro amico che potò da solo un’intera siepe di alte piante di alloro lunga una cinquantina di metri per far spazio agli stand per la spillatura della birra. Montammo il palco sudati e fieri, sapendo di stare a metter mano al cuore della Festa: la musica. Si facevano nottate a dormire scomodi negli abitacoli dei furgoni o dove capitava, c’erano migliaia di euro a cui fare la guardia, di cui si era responsabili a turni. Si pranzava e si cenava lì, tutti insieme su un lungo tavolo, bevendo e creando legami forti che ancora oggi resistono nel tempo. Poi arrivò il grande giorno, il primo dei tre, il calcio di inizio e la prima nota suonata e sparata a volume alto dalle casse sul palco, insieme alle lamentele delle persone che vivevano negli edifici vicini che preferivano la tranquillità della routine ad un paese in festa che ne riuniva altri. La risposta da parte del pubblico era alta e cresceva di anno in anno. La mia prima mansione fu preparare kebab in piadina, in prima prova per quell’anno, proprio come me. C’erano file di persone ovunque: alle cucine, alle spine e perfino davanti ai sebach. Ragazzi e famiglie che affollavano i tavolini o che ballavano scalmanati sotto al palco, davano l’anima a quello che fino a pochi giorni prima era solo un parcheggio e che adesso si mostrava come qualcosa di più, simile ad un vero Festival. Il ritmo di lavoro era frenetico spinto dalle note del gruppo Ska che saltava sul palco, i motori delle spine scottavano. Quando la serata finiva e l’ultimo sbevazzone tornava barcollante a casa, noi dello Staff ci ritrovavamo seduti dietro gli stand, a calmare il fiatone e la sete con bicchieri ghiacciati e meritati. Si stabilivano i turni di guardia e si andava a dormire esausti, cosi stanchi e soddisfatti da non riuscire a riposare. La mattina dopo si ricominciava da capo, a sistemare i tavoli, a pulire le piastre dal grasso, i banconi delle spine dalla birra appiccicosa, e nel giro di un niente era già sera e la gente a fiumi tornava ad inondare quello che per sempre non sarebbe mai più stato solo un parcheggio. Gli Orion, tribute band ufficiale dei Metallica, infiammò la festa nella seconda serata, era un sabato sera caldo, rinfrescato solo dal fosso vicino. Una voce molto simile a Luciano Ligabue fece urlare contro il cielo l’intera piazza l’ultima sera, dando il saluto stirato fino all’alba all’undicesima edizione della festa della birra; la mia prima Festa. Perché un conto è essere un consumatore, un conto è farne parte. Ti entra nelle vene, insieme alla birra. Ti rimane nelle ossa, insieme al freddo e alla stanchezza delle notti passate nei furgoni. E ti rimane sulla bocca, nelle risate fatte con gli altri nei momenti di relax seduti dietro alle spine. Quando la guardi, silenziosa e sopita, sporca di bicchieri che rotolano vuoti per terra, pronta ad esplodere il giorno successivo come l’anno dopo. E in quei bicchieri pieni fino all’orlo ho dimenticato quel sapore amaro di quand’ero ragazzino, ed ho scoperto invece, il sapore più dolce del mondo.

https://iorenevnt.wixsite.com/letteraturaetilica

Written By: Nicolo Alessi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi